Nel mondo paralimpico, dove ogni medaglia è spesso il frutto di una battaglia doppia – contro l’avversario e contro i propri limiti – il caso di Shahana Hajiyeva ha lasciato un’ombra pesante. Judoka azera, classe 2000, vincitrice dell’oro alle Paralimpiadi di Tokyo 2020 nella categoria J2 (riservata ad atleti ipovedenti), è stata squalificata a vita per aver gareggiato senza disabilità visive.
Una scoperta clamorosa
Tutto è cambiato nel 2025, durante i controlli medici pre-gara dei Campionati Mondiali di Parajudo ad Astana, in Kazakistan. I medici hanno accertato che Hajiyeva non presentava alcun deficit visivo, anzi: la sua vista risultava pienamente funzionale.
In poche settimane, la notizia ha fatto il giro del mondo. Il Comitato Paralimpico Internazionale ha preso una decisione drastica: squalifica a vita da tutte le competizioni paralimpiche e revoca della medaglia d’oro conquistata in Giappone.
Una ferita alla credibilità dello sport
L’episodio ha suscitato un’ondata di reazioni e interrogativi. Come è stato possibile che un’atleta abbia superato i controlli internazionali per partecipare a Tokyo 2020 senza i requisiti visivi richiesti? Il sistema di classificazione degli atleti paralimpici, già complesso e delicato, finisce sotto accusa per possibili falle nei controlli medici e nella verifica delle disabilità.
Alcuni esperti parlano di criteri ancora troppo interpretabili, altri puntano il dito contro una gestione nazionale delle certificazioni spesso poco trasparente.
Il paradosso dell’atleta che “ci vedeva benissimo”
La storia di Hajiyeva, raccontata inizialmente dai media italiani e poi ripresa da numerose testate internazionali, ha un paradosso doloroso: mentre migliaia di atleti paralimpici lottano ogni giorno per superare le barriere, qualcuno ha usato la disabilità come maschera per competere dove non era legittimato.
La judoka azera, già considerata promessa dello sport paralimpico, aveva costruito la sua fama sul tatami, battendo avversarie reali… ma con una condizione falsa. Un danno alla fiducia, allo spirito dei Giochi, e alla percezione del valore dell’inclusione nello sport.

Cosa cambia dopo il caso Hajiyeva?
Il Comitato Paralimpico Internazionale ha già annunciato una revisione dei protocolli di classificazione medica. Le federazioni nazionali, incluse quelle europee e asiatiche, sono state invitate ad aggiornare i propri metodi di validazione dei profili degli atleti, specialmente nelle categorie legate a disabilità non visibili (come vista, coordinazione, o percezione sensoriale).
Questo caso diventa quindi un precedente simbolico, ma anche un campanello d’allarme per il movimento paralimpico: rafforzare la trasparenza per proteggere gli atleti veri.
Il caso Hajiyeva non è solo una notizia sportiva: è uno spartiacque etico. In un contesto in cui l’autenticità è il vero oro, chi bara mina le fondamenta dello sport stesso. Il judo paralimpico, simbolo di equilibrio, rispetto e disciplina, ne esce ferito ma anche con una nuova consapevolezza: proteggere l’integrità è oggi più che mai una priorità.




